Il 23 ottobre 2026 la Laverdevia è stata ospitata dalla libreria Feltrinelli di Altamura per parlare di “Due esploratori dell’Ottocento” con Alessandro Pellegatta autore del libro: “Carlo Piaggia, l’esploratore ritrovato “ e Peter Zeller autore del libro: “Vincenzo De Romita e il suo tempo”. L’intervento è stato introdotto dall’associazione Laverdevia e moderato dalla giornalista Mariapaola De Santis della Nuova Murgia.















Ci sono storie che appartengono al passato, ma che continuano a parlare al nostro presente. Storie di uomini capaci di guardare oltre i confini del proprio tempo, spinti dalla curiosità, dalla passione per la conoscenza e dal desiderio di comprendere il mondo.
È questo il filo conduttore dell’incontro promosso dall’associazione Laverdevia, dedicato a due figure tanto diverse quanto sorprendentemente vicine: Vincenzo De Romita, naturalista e studioso del territorio pugliese, e Carlo Piaggia, esploratore dell’Africa ottocentesca.
Attraverso gli interventi di Peter Zeller e Alessandro Pellegatta, e il dialogo con Maria Paola De Santis, sono emerse due esperienze umane e scientifiche accomunate da una straordinaria capacità di osservazione, dal coraggio di esplorare l’ignoto e da un profondo rispetto per la natura e per le persone.
Vincenzo De Romita: la Puglia come universo da scoprire
Nato nel 1838, in una Bari ancora periferica rispetto ai grandi centri della cultura scientifica, Vincenzo De Romita dedicò la propria vita allo studio della natura e della storia più antica della sua terra.
Naturalista, docente, ricercatore e instancabile raccoglitore di reperti, esplorò il territorio pugliese documentandone la ricchezza faunistica e archeologica. Le sue ricerche lo portarono a costruire una preziosa collezione museale, testimonianza di un paesaggio e di una biodiversità oggi profondamente trasformati.
Il suo rapporto con studiosi come Enrico Hillyer Giglioli lo mise in contatto con le nuove idee dell’evoluzionismo darwiniano, contribuendo a portare anche in Puglia una visione moderna della ricerca scientifica.
Ma ciò che rende De Romita particolarmente attuale è soprattutto il suo sguardo sul territorio: non un semplice luogo da catalogare, ma un patrimonio vivente da conoscere, amare e tramandare.
La sua collezione, oggi conservata in parte presso l’istituto scolastico che ne custodisce il nucleo naturalistico e in parte nel patrimonio archeologico di Santa Scolastica, rappresenta una risorsa ancora insufficientemente valorizzata. Recuperarla pienamente significherebbe restituire alla comunità un’importante pagina della propria identità e offrire alle nuove generazioni uno strumento di educazione ambientale e scientifica.
Carlo Piaggia: l’esplorazione come incontro con l’altro
Diversa, ma animata dalla stessa sete di conoscenza, è la vicenda di Carlo Piaggia.
Partito da una condizione di povertà e privo di una formazione accademica, Piaggia raggiunse l’Africa a metà dell’Ottocento, intraprendendo viaggi in territori allora poco conosciuti dagli europei.
La sua esperienza più significativa fu la lunga permanenza presso gli Azande, popolazione dell’Africa centrale che la cultura europea dell’epoca descriveva attraverso stereotipi e racconti spesso sensazionalistici.
Piaggia scelse invece di vivere accanto alle persone, osservandone direttamente le abitudini, le tradizioni e l’organizzazione sociale. Il suo approccio, fondato sull’esperienza e sulla relazione umana, anticipava alcuni principi dell’etnografia moderna.
Come ha sottolineato Alessandro Pellegatta, il valore della sua testimonianza risiede soprattutto nella capacità di incontrare la diversità senza trasformarla automaticamente in inferiorità.
In un secolo segnato dall’espansione coloniale europea, Piaggia rappresenta così una figura originale, capace di ricordarci che conoscere non significa conquistare e che comprendere richiede prima di tutto la disponibilità ad ascoltare.
Due esploratori, una responsabilità comune
Il confronto tra le due figure ha progressivamente allargato lo sguardo ai grandi interrogativi del nostro tempo.
Che cosa penserebbe De Romita della Puglia di oggi, di fronte alla perdita di biodiversità, al consumo di suolo e alla trasformazione dei paesaggi che aveva osservato e descritto?
E come guarderebbe Piaggia all’Africa contemporanea, segnata da conflitti, migrazioni forzate, impoverimento ambientale e dalla scomparsa di culture e conoscenze tradizionali?
Le risposte proposte durante l’incontro convergono su una riflessione: il progresso materiale non sempre è accompagnato da una maggiore capacità di custodire la vita, la diversità e la memoria.
La perdita di una specie animale, di un paesaggio, di una lingua o di una tradizione non rappresenta soltanto una sottrazione al patrimonio del passato. È una perdita di possibilità per il futuro.
Da qui anche l’importanza di conservare archivi, collezioni, testimonianze e documenti, rendendoli accessibili e vivi attraverso musei, scuole, università e iniziative culturali.
La memoria non può essere soltanto conservazione: deve diventare conoscenza condivisa, capace di orientare le scelte delle comunità.
La memoria come strumento di rinascita
Un tema particolarmente sentito è stato quello della memoria, intesa non come esercizio nostalgico, ma come responsabilità collettiva.
Le vicende di De Romita e Piaggia dimostrano quanto facilmente un patrimonio di conoscenze possa essere disperso, dimenticato o sottratto alla fruizione pubblica. E quanto lavoro sia necessario per recuperarlo.
È emersa anche la necessità di riportare nelle scuole e nel dibattito pubblico la storia delle esplorazioni, della ricerca scientifica e del colonialismo italiano, affrontandola con rigore, spirito critico e consapevolezza.
Conoscere il passato significa infatti comprendere meglio il presente, riconoscere gli errori compiuti e immaginare un futuro diverso.
Il messaggio di La Verdevia: dalla conoscenza alla cura
Nelle riflessioni conclusive sono emerse due parole capaci di riassumere il senso dell’intero incontro: empatia e rispetto.
L’empatia verso le persone, le culture e le forme di vita diverse da noi. Il rispetto verso i territori, i paesaggi, gli ecosistemi e le comunità che li abitano.
Sono due atteggiamenti profondamente connessi, perché entrambi nascono dalla capacità di riconoscere il valore di ciò che ci circonda.
È anche il principio che ispira la visione di La Verdevia: promuovere una rinascita dei territori fondata sull’incontro tra conoscenza scientifica, patrimonio culturale, sostenibilità ambientale e partecipazione delle comunità.
De Romita e Piaggia, pur appartenendo a un’altra epoca, ci ricordano che la modernità non consiste soltanto nell’innovazione tecnologica o nella crescita economica. È moderna anche, e soprattutto, la capacità di costruire relazioni equilibrate con la natura e con gli altri esseri umani.
Forse il messaggio più importante che portiamo a casa è proprio questo: non possiamo proteggere ciò che non conosciamo, non possiamo valorizzare ciò che abbiamo dimenticato e non possiamo costruire un futuro sostenibile senza imparare a rispettare ciò che è diverso da noi.
Due esploratori dell’Ottocento ci invitano così a intraprendere una nuova esplorazione: quella dei nostri territori, della nostra memoria e della nostra stessa capacità di vivere insieme.
Perché, in fondo, la rinascita di un territorio comincia proprio da qui: dalla curiosità di conoscerlo, dalla sensibilità di amarlo e dalla responsabilità di prendersene cura.
Per chi vuole approfondire qui di seguito è riportato la relazione di dettaglio dell’incontro .
Report dettagliato dell’incontro
Esplorare per conoscere, conoscere per rispettare
Vincenzo De Romita e Carlo Piaggia: scienza, esplorazione, memoria e responsabilità verso il futuro
Associazione La Verdevia
Premessa
L’incontro dedicato a Vincenzo De Romita e Carlo Piaggia ha offerto un’occasione di approfondimento storico, scientifico e culturale sul significato dell’esplorazione, sul rapporto tra l’essere umano e l’ambiente e sul valore della conoscenza come strumento di crescita collettiva.
Attraverso gli interventi di Peter Zeller, studioso della figura di Vincenzo De Romita, e Alessandro Pellegatta, ricercatore e autore impegnato nella ricostruzione della storia delle esplorazioni italiane in Africa, il confronto ha messo in relazione due personalità dell’Ottocento apparentemente lontane per formazione, provenienza sociale e ambiti di ricerca.
De Romita dedicò gran parte della propria esistenza alla conoscenza del patrimonio naturalistico e archeologico pugliese. Piaggia attraversò territori africani poco conosciuti dagli europei, entrando in contatto con popolazioni e culture spesso rappresentate attraverso stereotipi e pregiudizi.
Entrambi furono animati da una curiosità straordinaria, da un forte spirito di iniziativa e dalla volontà di oltrepassare i limiti culturali e geografici del proprio tempo.
Il dialogo, arricchito dalle domande e dalle riflessioni dei partecipanti, ha progressivamente spostato l’attenzione dalle biografie individuali alle grandi questioni contemporanee: la perdita di biodiversità, la crisi della memoria storica, la tutela delle culture, il rapporto con la diversità e la necessità di immaginare nuovi modelli di sviluppo.
Il messaggio emerso è profondamente coerente con la sensibilità culturale e ambientale di La Verdevia: conoscere un territorio, una comunità o una cultura significa assumersi anche la responsabilità di rispettarli e custodirli.
1. Vincenzo De Romita: un naturalista nella Puglia dell’Ottocento
1.1 Il contesto storico e culturale
Vincenzo De Romita nacque nel 1838, in una Bari molto diversa dalla città contemporanea.
La Bari dell’epoca era una realtà relativamente periferica rispetto ai principali centri della ricerca scientifica. Le infrastrutture erano limitate, le opportunità formative scarse e il contesto culturale non offriva le condizioni presenti in città come Napoli, allora uno dei principali riferimenti intellettuali del Mezzogiorno.
Durante l’incontro è stato ricordato un episodio significativo della sua giovinezza: De Romita studiava alla luce di un lume a petrolio, cercando di utilizzare al meglio le poche risorse disponibili.
La formazione scientifica avvenne soprattutto attraverso i rapporti con l’ambiente culturale napoletano, dove entrò in contatto con importanti naturalisti, tra cui Achille Costa.
La peculiarità della sua vicenda consiste nella scelta di riportare nella propria terra le conoscenze e le metodologie apprese altrove.
De Romita non considerava la Puglia una periferia priva di interesse scientifico. Al contrario, ne riconosceva il potenziale come territorio da esplorare, documentare e studiare sistematicamente.
1.2 La costruzione di un patrimonio naturalistico
Una parte fondamentale della sua attività fu dedicata alla raccolta e alla classificazione di esemplari zoologici.
De Romita percorse numerose località pugliesi, osservando ambienti naturali, raccogliendo materiali e documentando la presenza delle specie animali.
Questa attività contribuì alla realizzazione di una significativa collezione museale e alla pubblicazione di studi dedicati alla fauna locale.
Particolarmente importante fu l’opera Materiali per una fauna barese, che costituisce una testimonianza delle conoscenze naturalistiche e della biodiversità del territorio nell’Ottocento.
L’incontro ha richiamato anche una testimonianza di Achille Costa relativa a una visita a Bari nel 1876. Il naturalista rimase colpito dalla raccolta di De Romita, tanto da ricordarne alcuni esemplari nella propria relazione di viaggio.
Questo episodio dimostra come il lavoro dello studioso barese avesse acquisito un riconoscimento anche al di fuori del contesto locale.
Il valore attuale della raccolta non è soltanto storico o museale: essa rappresenta un possibile punto di partenza per confrontare la distribuzione delle specie nel passato con quella contemporanea, contribuendo alla comprensione delle trasformazioni ecologiche del territorio.
1.3 Le ricerche archeologiche e l’attenzione alla preistoria
Accanto agli studi naturalistici, De Romita sviluppò un intenso interesse per l’archeologia preistorica.
Le sue esplorazioni interessarono diverse località pugliesi, tra cui Terlizzi, Molfetta e altri siti nei quali erano presenti testimonianze delle comunità neolitiche.
Durante le ricerche entrava frequentemente in rapporto con i contadini, che talvolta attribuivano agli oggetti rinvenuti nelle campagne significati simbolici o poteri protettivi.
Gli strumenti litici, per esempio, potevano essere considerati oggetti legati ai fulmini o utilizzati come amuleti.
De Romita cercava di recuperarli, studiarli e interpretarli attraverso un approccio scientifico, superando le spiegazioni tradizionali.
Di particolare interesse fu la sua attenzione non soltanto ai manufatti, ma anche ai resti animali associati ai ritrovamenti. Questo metodo rivelava il tentativo di ricostruire il contesto ambientale e cronologico delle testimonianze archeologiche.
Un ulteriore elemento distintivo era l’accuratezza delle rappresentazioni grafiche: De Romita disegnava i reperti con precisione, realizzando documentazioni che, secondo quanto riferito durante l’incontro, risultano ancora oggi confrontabili con gli oggetti conservati.
1.4 Il rapporto con il darwinismo
Uno degli aspetti più interessanti della sua biografia riguarda il collegamento con le nuove teorie evoluzionistiche.
Attraverso la conoscenza di Enrico Hillyer Giglioli, naturalista formatosi anche in ambienti scientifici internazionali e protagonista della spedizione della corvetta Magenta, De Romita entrò in relazione con un circuito di studiosi interessati all’evoluzionismo.
Giglioli rappresentava un collegamento con la cultura scientifica europea e con il dibattito sviluppatosi dopo la pubblicazione delle opere di Charles Darwin.
Le lettere tra De Romita e Giglioli, recuperate e studiate da Peter Zeller, documentano scambi di informazioni, materiali e osservazioni scientifiche.
Durante l’incontro è stata sottolineata l’importanza di questa corrispondenza come testimonianza della circolazione delle idee scientifiche anche in territori considerati periferici.
La vicinanza di De Romita alla sensibilità evoluzionistica emergeva soprattutto dall’attenzione per le variazioni presenti all’interno delle specie e dal tentativo di comprendere le relazioni tra gli organismi.
Si tratta di un passaggio significativo: dalla semplice classificazione della natura alla ricerca delle dinamiche che ne spiegano la trasformazione.
1.5 Un ricercatore indipendente e vicino alla comunità
De Romita fu anche insegnante e dirigente scolastico.
La sua figura incarnava un modello di studioso che non separava la ricerca dalla trasmissione delle conoscenze e dal servizio alla comunità.
Nell’incontro sono stati ricordati episodi della sua vita privata, tra cui la presenza di numerosi animali nella sua abitazione: scimmie, pappagalli, serpenti, uccelli e pipistrelli.
Questi racconti restituiscono il ritratto di un personaggio singolare, animato da una curiosità quasi inesauribile.
È stata inoltre ricordata la sua sensibilità nei confronti degli animali e la critica alla caccia indiscriminata, insieme alla scelta personale di adottare un’alimentazione vegetariana.
Il suo ruolo sociale andava oltre quello dello studioso. In un contesto nel quale le competenze specialistiche erano poco diffuse, veniva talvolta consultato anche per problemi pratici e sanitari.
La sua attività di ricerca fu sostenuta in larga misura da risorse personali e da un impegno costante, senza un corrispondente ritorno economico.
Ne emerge una figura che interpretava la conoscenza come responsabilità pubblica e come contributo al miglioramento della propria comunità.
2. Carlo Piaggia: l’esploratore che cercava l’incontro, non la conquista
2.1 Dalla povertà all’esplorazione africana
La seconda parte dell’incontro è stata dedicata a Carlo Piaggia, esploratore italiano nato nel 1827 e morto nel 1882.
Alessandro Pellegatta ne ha ricostruito la vicenda partendo da un elemento fondamentale: Piaggia non apparteneva all’élite culturale, militare o scientifica del suo tempo.
Proveniva da una famiglia modesta e aveva ricevuto un’istruzione limitata. La sua esistenza fu segnata da difficoltà economiche e familiari che contribuirono alla decisione di lasciare l’Italia.
Nel 1851 intraprese il viaggio verso l’Africa, passando attraverso diverse esperienze lavorative e raggiungendo successivamente Alessandria d’Egitto.
Inizialmente si mantenne svolgendo lavori manuali e dedicandosi alla caccia, anche per rifornire collezioni zoologiche.
Questa attività lo condusse progressivamente verso territori sempre più lontani e difficili da raggiungere.
La sua trasformazione da lavoratore emigrato a esploratore avvenne quindi attraverso l’esperienza diretta, senza una preparazione accademica o il sostegno stabile delle grandi istituzioni.
2.2 L’incontro con gli Azande
Uno degli episodi centrali della sua biografia riguarda la permanenza presso gli Azande, popolazione dell’Africa centrale, nell’area del bacino del fiume Uele.
Nel 1863 Piaggia raggiunse territori che, nella rappresentazione europea dell’epoca, erano associati a racconti di violenza, cannibalismo e presunte caratteristiche mostruose degli abitanti.
Queste descrizioni riflettevano spesso una conoscenza superficiale, alimentata dalla paura e dall’immaginario coloniale.
Piaggia riuscì invece a stabilire un rapporto diretto con la popolazione, vivendo per circa diciotto mesi all’interno di una comunità locale.
La sua esperienza fu eccezionale soprattutto per il metodo di osservazione.
Non si limitò a descrivere dall’esterno ciò che vedeva, ma condivise una parte della vita quotidiana della comunità, cercando di comprenderne consuetudini, comportamenti e relazioni.
Questo approccio, pur collocato nel contesto e nei limiti culturali dell’Ottocento, anticipava alcuni elementi dell’osservazione partecipante che sarebbero diventati centrali nell’antropologia del Novecento.
2.3 Il rispetto della diversità come elemento di modernità
Alessandro Pellegatta ha insistito su un aspetto particolarmente significativo: la capacità di Piaggia di avvicinarsi a culture differenti senza assumere sistematicamente un atteggiamento di superiorità.
Piaggia osservava pratiche che potevano apparirgli incomprensibili, ma cercava di descriverle e interpretarle nel loro contesto.
Non possedeva gli strumenti teorici dell’antropologia contemporanea, ma mostrava una disposizione fondamentale: la volontà di capire prima di giudicare.
La sua limitata istruzione, apparentemente un ostacolo, può aver contribuito a renderlo meno condizionato da alcuni schemi intellettuali dell’epoca.
Durante l’incontro è stato sottolineato come questa caratteristica distinguesse Piaggia da altri protagonisti dell’esplorazione ottocentesca, maggiormente legati agli interessi politici, economici e coloniali europei.
La sua esperienza dimostra che il valore di una testimonianza non dipende esclusivamente dalla preparazione formale di chi osserva, ma anche dalla qualità della relazione che riesce a costruire con ciò che incontra.
2.4 La sensibilità verso gli animali
Anche Piaggia, come De Romita, ebbe un rapporto complesso con il mondo animale.
La caccia rappresentò inizialmente uno strumento di sopravvivenza e una fonte di reddito.
Tuttavia, nei suoi racconti emergono episodi di compassione nei confronti degli animali.
Pellegatta ha ricordato, tra gli altri, la vicenda di un piccolo elefante rimasto senza madre e quella di una giovane gazzella accudita dall’esploratore.
Questi episodi evidenziano una sensibilità non sempre coerente con le pratiche di caccia dell’epoca, ma significativa per comprendere la personalità di Piaggia.
L’esploratore appare come un uomo capace di riconoscere la sofferenza degli animali e di sviluppare relazioni affettive anche con esseri viventi molto diversi da sé.
2.5 Gli ultimi anni e la difficile trasmissione della memoria
La vita di Piaggia fu segnata da privazioni, malattie e viaggi particolarmente impegnativi.
Negli ultimi anni si dedicò anche al tentativo di soccorrere alcuni componenti di una spedizione rimasti in difficoltà nell’Africa nordorientale.
Morì nel 1882, lasciando manoscritti, testimonianze e osservazioni di grande interesse storico ed etnografico.
La sua eredità non fu immediatamente riconosciuta.
Durante l’incontro è stato ricordato che le sue memorie vennero pubblicate tardivamente e che la sua figura subì, nel tempo, interpretazioni condizionate anche dalla propaganda coloniale e fascista.
Particolarmente interessante è stato il riferimento al rapporto con Edmondo De Amicis, al quale Piaggia si era rivolto per migliorare la forma dei propri scritti.
Secondo il racconto proposto da Pellegatta, De Amicis riconobbe proprio nella spontaneità della scrittura dell’esploratore un elemento di autenticità da preservare.
Questo episodio apre una riflessione sul valore delle testimonianze dirette: non sempre la loro importanza risiede nella perfezione stilistica, ma nella capacità di restituire l’esperienza vissuta.
3. Il ruolo della ricerca storica e il contributo dei fratelli Castiglioni
Un passaggio particolarmente coinvolgente dell’intervento di Alessandro Pellegatta ha riguardato il rapporto personale con Alfredo e Angelo Castiglioni, esploratori e ricercatori che hanno dedicato decenni allo studio delle civiltà e delle popolazioni africane.
Pellegatta ha ricordato come la frequentazione dei due fratelli abbia rappresentato un’esperienza decisiva nella propria formazione.
Le loro spedizioni, iniziate nel secondo dopoguerra, consentirono di documentare ambienti, comunità e tradizioni che sarebbero stati successivamente trasformati da conflitti, modernizzazione e cambiamenti sociali.
Tra le esperienze richiamate figurano le ricerche archeologiche nel Sudan e nell’area dell’antica Adulis, in Eritrea.
Particolarmente significativa è stata la possibilità, per i fratelli Castiglioni, di attraversare alcuni degli stessi territori visitati da Piaggia, ritrovando situazioni e contesti descritti nei suoi racconti.
Questo collegamento tra generazioni di esploratori mette in evidenza il valore della continuità della ricerca.
La conoscenza non nasce mai soltanto dal lavoro individuale: si costruisce attraverso testimonianze, documenti, esperienze condivise e passaggi di responsabilità.
Pellegatta ha descritto il proprio impegno nella ricostruzione della storia esplorativa italiana proprio come una forma di eredità morale ricevuta dai Castiglioni.
La ricerca d’archivio, spesso lunga e complessa, diventa così uno strumento per impedire che esperienze straordinarie vengano cancellate dalla memoria collettiva.
4. L’esplorazione italiana e la storia del colonialismo
4.1 Il contesto dell’espansione europea
L’incontro ha affrontato il rapporto tra esplorazione scientifica e colonialismo, distinguendo le motivazioni personali degli esploratori dalle strategie politiche ed economiche degli Stati europei.
Nell’Ottocento l’Africa divenne progressivamente oggetto di un’intensa competizione tra potenze coloniali.
La conoscenza geografica, naturalistica ed etnografica poteva essere utilizzata per finalità scientifiche, ma anche per sostenere progetti di conquista, controllo e sfruttamento.
Gli esploratori italiani operarono in contesti molto differenti.
Alcuni furono direttamente coinvolti nelle iniziative coloniali, mentre altri agirono prevalentemente per motivazioni personali, scientifiche o culturali.
Secondo l’interpretazione proposta da Pellegatta, Piaggia rappresenta una figura particolarmente interessante perché la sua attività non nacque da un progetto di conquista territoriale.
La sua esperienza invita pertanto a distinguere le biografie individuali dai processi storici più ampi, senza perdere di vista le contraddizioni dell’epoca.
4.2 La costruzione dello stereotipo del “selvaggio”
Una parte rilevante della discussione ha riguardato la rappresentazione delle popolazioni africane nella cultura europea.
Pellegatta ha ricordato il fenomeno delle esposizioni etnografiche e dei cosiddetti zoo umani, nei quali persone provenienti da territori colonizzati venivano presentate al pubblico come oggetti di curiosità.
Tra gli esempi richiamati figura l’Esposizione di Torino del 1884, nella quale fu allestita una rappresentazione di un insediamento africano collegato all’area di Assab.
Queste iniziative contribuirono alla costruzione di immagini stereotipate della diversità.
Le popolazioni extraeuropee venivano spesso rappresentate come primitive o inferiori, rafforzando per contrasto l’idea di una presunta superiorità della civiltà europea.
L’incontro ha sottolineato come tali rappresentazioni non fossero neutrali, ma si inserissero in sistemi di potere e in processi di legittimazione dell’espansione coloniale.
4.3 La memoria coloniale italiana
Il confronto si è esteso alla difficoltà dell’Italia contemporanea di affrontare pienamente la propria storia coloniale.
Secondo Pellegatta, questa parte della storia nazionale continua a occupare uno spazio insufficiente nella formazione scolastica e nella consapevolezza pubblica.
La conoscenza del colonialismo non dovrebbe limitarsi alle campagne militari o alle grandi vicende politiche, ma comprendere anche l’amministrazione dei territori, i rapporti con le popolazioni locali, le pratiche discriminatorie e le conseguenze sociali e culturali.
È stato ricordato anche il ruolo di studiosi che contribuirono alla diffusione delle teorie razziste durante il fascismo, tra cui Lidio Cipriani.
Il riferimento ha permesso di evidenziare la necessità di analizzare criticamente il rapporto tra scienza, ideologia e potere.
La ricerca storica diventa in questo senso uno strumento indispensabile per riconoscere le responsabilità del passato ed evitare la riproduzione di pregiudizi nel presente.
5. La perdita di biodiversità: il territorio come archivio vivente
Uno dei temi più forti dell’incontro è stato il confronto tra il paesaggio naturale descritto da De Romita e quello contemporaneo.
Le sue osservazioni raccontano una Puglia caratterizzata da una biodiversità particolarmente ricca, con specie animali oggi rare o scomparse da molte delle aree allora frequentate.
Durante il dialogo è stata ricordata, per esempio, la presenza dell’aquila reale nei cieli di Santo Spirito, oggi difficilmente immaginabile nello stesso contesto.
Sono stati richiamati anche altri animali e ambienti che testimoniano la profondità delle trasformazioni intervenute.
La riflessione non riguarda soltanto la scomparsa di singole specie.
Il progressivo consumo di suolo, l’urbanizzazione, la trasformazione delle campagne e la frammentazione degli habitat hanno modificato le condizioni ecologiche del territorio.
Le testimonianze storiche assumono quindi un’importanza straordinaria.
I documenti naturalistici dell’Ottocento possono essere letti come strumenti per ricostruire lo stato passato degli ecosistemi, riconoscere i cambiamenti e individuare priorità di tutela.
In questa prospettiva, la raccolta di De Romita potrebbe diventare il nucleo di un percorso educativo dedicato alla storia della biodiversità pugliese.
La possibilità di confrontare specie, ambienti e paesaggi di epoche differenti renderebbe immediatamente percepibile la portata delle trasformazioni avvenute.
Il messaggio emerso è chiaro: la tutela dell’ambiente richiede anche la conoscenza della sua storia.
Senza memoria delle condizioni passate, diventa più difficile comprendere quanto è stato perduto e quanto potrebbe ancora essere recuperato.
6. La perdita delle culture: biodiversità e diversità umana
Il confronto tra De Romita e Piaggia ha permesso di individuare un parallelismo tra la scomparsa delle specie viventi e la perdita delle culture umane.
Pellegatta ha richiamato l’attenzione sulle conseguenze dei conflitti, delle migrazioni forzate e dei processi di trasformazione che interessano numerose popolazioni africane.
Quando una comunità perde la possibilità di conservare le proprie tradizioni, la propria lingua e il proprio rapporto con il territorio, non scompare soltanto una particolare forma di organizzazione sociale.
Si rischia di perdere anche un patrimonio di conoscenze sviluppato attraverso generazioni.
Le competenze relative alle piante medicinali, ai cicli naturali, alle tecniche agricole, alla gestione delle risorse e alla lettura dei fenomeni ambientali costituiscono forme di sapere che possono avere un valore rilevante anche per la società contemporanea.
Durante l’incontro è stato citato il caso delle popolazioni delle isole Andamane e delle loro conoscenze dei fenomeni naturali, utilizzato per sottolineare come culture tecnologicamente differenti possano possedere competenze ambientali sofisticate.
La riflessione è stata collegata anche ai rischi derivanti dall’eccessiva fiducia nella tecnologia, quando questa non è accompagnata da un’adeguata comprensione dei territori.
Ne emerge una concezione della sostenibilità che supera la sola dimensione ambientale.
La sostenibilità riguarda anche la tutela delle culture, delle relazioni sociali, della memoria e della pluralità delle conoscenze.
7. Il patrimonio di De Romita: conservazione, accessibilità e valorizzazione
7.1 Una raccolta di grande valore, ancora poco conosciuta
La discussione ha dedicato particolare attenzione al destino delle collezioni realizzate da Vincenzo De Romita.
Secondo quanto emerso, il patrimonio è oggi suddiviso tra differenti istituzioni e luoghi di conservazione.
Una parte significativa della raccolta naturalistica è custodita presso l’istituto scolastico erede della tradizione dell’antico istituto tecnico barese. Un’altra parte, comprendente reperti archeologici, è conservata nel complesso museale di Santa Scolastica.
La raccolta naturalistica conserva anche elementi dell’allestimento storico, tra cui bacheche ottocentesche.
Il problema principale, secondo i relatori, non riguarda esclusivamente la conservazione materiale degli oggetti, ma la loro limitata accessibilità e l’assenza di una valorizzazione sistematica.
È stato ricordato che, nel corso degli anni, diversi studiosi e gruppi di ricerca hanno tentato di catalogare e recuperare il patrimonio, senza tuttavia arrivare alla realizzazione di un progetto museale pienamente sviluppato.
Un ulteriore elemento di difficoltà sarebbe legato alla ricostruzione della titolarità storica della raccolta e alle responsabilità istituzionali connesse alla sua gestione.
Questi aspetti richiederebbero un approfondimento amministrativo e documentale.
7.2 Un museo per raccontare la storia naturale della Puglia
Una delle proposte più concrete emerse dall’incontro riguarda la possibilità di costruire un percorso museale capace di restituire centralità alla collezione De Romita.
Non si tratterebbe semplicemente di esporre reperti naturalistici e archeologici.
L’obiettivo sarebbe raccontare l’evoluzione del territorio pugliese attraverso il confronto tra passato e presente.
Un museo di questo tipo potrebbe integrare esemplari zoologici, reperti archeologici, documenti storici, disegni, mappe e strumenti multimediali.
Il patrimonio potrebbe diventare una risorsa educativa per studenti, cittadini e visitatori, contribuendo anche a rafforzare l’identità culturale della città di Bari.
Durante l’incontro è stata sottolineata soprattutto l’importanza di rivolgersi alle scuole.
Le collezioni storiche potrebbero offrire agli studenti l’opportunità di conoscere direttamente le trasformazioni del territorio e di comprendere come si costruisce il sapere scientifico.
7.3 Dal recupero degli oggetti alla ricostruzione delle relazioni
Un aspetto importante riguarda il valore delle reti scientifiche che De Romita contribuì a costruire.
Le lettere, gli scambi di materiali e i rapporti con altri studiosi documentano l’esistenza di una comunità scientifica meridionale più articolata di quanto si potrebbe immaginare.
Nel corso dell’incontro sono state ricordate altre personalità attive in Puglia e nel Mezzogiorno, impegnate negli studi naturalistici, archeologici e geografici.
Il recupero della figura di De Romita potrebbe quindi rappresentare il punto di partenza per una ricerca più ampia sulle reti culturali e scientifiche sviluppatesi nel territorio durante l’Ottocento.
Questa prospettiva consentirebbe di superare una lettura esclusivamente biografica e di restituire una dimensione collettiva alla storia della conoscenza.
8. La memoria dell’esplorazione italiana: un patrimonio disperso
La situazione del patrimonio di De Romita presenta analogie con quella descritta da Pellegatta per gli archivi dell’esplorazione italiana.
Manoscritti, diari, fotografie, filmati e collezioni risultano spesso distribuiti tra archivi, musei, biblioteche e raccolte private.
La frammentazione rende difficile la ricerca e limita la possibilità di offrire al pubblico una ricostruzione organica delle vicende.
Pellegatta ha raccontato le difficoltà incontrate personalmente nel recupero dei documenti, ricordando situazioni di abbandono e materiali salvati dal deterioramento.
Ha inoltre sottolineato il rischio di perdere il patrimonio audiovisivo realizzato dai fratelli Castiglioni, costituito da documentari e testimonianze di grande valore storico.
Da queste esperienze emerge una questione generale: la conservazione della memoria non può essere affidata esclusivamente alla passione di singoli ricercatori.
Occorrono istituzioni, risorse, competenze e progetti di lungo periodo.
È stata quindi richiamata l’opportunità di una maggiore attenzione nazionale alla storia delle esplorazioni, anche attraverso strutture museali, archivi coordinati e iniziative divulgative.
9. Il ruolo della scuola e della divulgazione
Un ulteriore tema centrale è stato quello della trasmissione della conoscenza.
Entrambi i relatori hanno evidenziato come numerosi aspetti della storia scientifica, esplorativa e coloniale italiana rimangano poco conosciuti.
La scuola è stata individuata come uno degli ambiti prioritari nei quali intervenire.
La valorizzazione delle biografie di De Romita e Piaggia potrebbe offrire occasioni per affrontare in modo interdisciplinare questioni storiche, geografiche, ambientali ed etiche.
L’esperienza di De Romita permette di collegare lo studio della biodiversità alla storia locale, all’archeologia e all’evoluzione delle scienze naturali.
La vicenda di Piaggia consente di approfondire la geografia africana, la nascita dell’etnografia, il colonialismo e la rappresentazione culturale della diversità.
Durante il confronto è emersa anche una distinzione importante tra semplicità e semplicismo.
La divulgazione dovrebbe rendere accessibili argomenti complessi senza rinunciare al rigore e senza ridurre la storia a contrapposizioni superficiali.
In un contesto nel quale le informazioni circolano rapidamente, ma non sempre vengono approfondite, la capacità di documentarsi, verificare le fonti e riconoscere i propri limiti assume un valore educativo fondamentale.
10. Il significato contemporaneo delle due figure
10.1 La curiosità come motore della conoscenza
De Romita e Piaggia appartenevano a contesti sociali differenti, ma condividevano la capacità di interrogarsi su ciò che non conoscevano.
Per De Romita, la curiosità si traduceva nell’esplorazione del territorio pugliese e nella volontà di comprendere le relazioni tra gli organismi viventi.
Per Piaggia, diventava il desiderio di attraversare territori sconosciuti e incontrare comunità culturalmente lontane.
Entrambi dimostrano che la conoscenza nasce dalla disponibilità a uscire dalle abitudini e a mettere in discussione le proprie certezze.
10.2 La consapevolezza dei propri limiti
Un elemento particolarmente attuale è l’umiltà intellettuale.
Nel corso dell’incontro è stato sottolineato come la disponibilità di informazioni, amplificata dalle tecnologie digitali, non coincida necessariamente con una maggiore capacità di comprensione.
Il rischio è quello di sviluppare opinioni immediate e rigide, senza dedicare il tempo necessario all’approfondimento.
La lezione di Piaggia è, in questo senso, particolarmente significativa: osservare, ascoltare e cercare di comprendere prima di formulare un giudizio.
10.3 Il rispetto come fondamento della sostenibilità
Le due figure permettono di riconoscere una relazione profonda tra rispetto della natura e rispetto delle culture.
L’attenzione di De Romita verso il territorio e quella di Piaggia verso le popolazioni incontrate esprimono due dimensioni di un medesimo atteggiamento.
In entrambi i casi, ciò che è diverso da noi non viene considerato soltanto una risorsa da utilizzare, ma una realtà da conoscere e comprendere.
Questo principio rappresenta una possibile base per ripensare il rapporto tra sviluppo, ambiente e società.
10.4 Il coraggio di essere visionari
Nella parte conclusiva del confronto, De Romita e Piaggia sono stati definiti due visionari.
Il termine non è stato utilizzato per indicare personalità distanti dalla realtà, ma uomini capaci di immaginare possibilità che il proprio tempo non riconosceva pienamente.
De Romita contribuì a costruire una cultura scientifica in un territorio ancora marginale rispetto ai principali centri di ricerca.
Piaggia seppe instaurare relazioni umane in contesti che molti contemporanei interpretavano attraverso la paura e il pregiudizio.
La loro modernità risiede nella capacità di aprire nuove prospettive.
11. Le prospettive per La Verdevia
L’incontro ha offerto numerosi spunti che potrebbero tradursi in future iniziative dell’associazione.
Il sito ufficiale di LaVerdeVia presenta il progetto come un percorso di riscoperta dei territori tra Puglia e Lucania e di ricerca di modi diversi di intendere la vita e le relazioni sociali.
Le riflessioni emerse risultano quindi particolarmente vicine alla sua identità e alla sua visione.
Di seguito sono raccolte alcune possibili linee di lavoro. Si tratta di proposte elaborate a partire dai temi discussi, non di decisioni formalmente assunte durante l’incontro.
11.1 Valorizzare il patrimonio scientifico e culturale locale
LaVerdeVia potrebbe contribuire a promuovere una riflessione pubblica sul futuro della collezione De Romita, favorendo il dialogo tra istituzioni, scuole, università, musei e associazioni culturali.
Una prima attività potrebbe consistere nella ricognizione delle condizioni di conservazione e accessibilità delle raccolte, accompagnata dalla raccolta della documentazione storica disponibile.
L’obiettivo sarebbe individuare le condizioni necessarie per un progetto condiviso di valorizzazione.
11.2 Costruire percorsi educativi sulla biodiversità
La documentazione naturalistica dell’Ottocento potrebbe diventare il punto di partenza per attività rivolte alle scuole.
Percorsi di osservazione del territorio, confronti tra mappe storiche e contemporanee, visite ai musei e laboratori scientifici permetterebbero di rendere concreta la riflessione sulla perdita di biodiversità.
Un possibile filo conduttore potrebbe essere la domanda emersa durante l’incontro: come apparirebbe oggi a De Romita il territorio che aveva esplorato?
11.3 Promuovere una cultura dell’incontro e della diversità
La figura di Piaggia offre l’occasione per organizzare iniziative dedicate alla conoscenza delle culture, alla storia dell’Africa e alla memoria coloniale.
La collaborazione con storici, antropologi, ricercatori e rappresentanti delle comunità interessate potrebbe favorire un confronto rigoroso e plurale.
Il principio guida sarebbe quello di superare stereotipi e semplificazioni attraverso la conoscenza diretta e il dialogo.
11.4 Sostenere la memoria come patrimonio condiviso
Un’altra prospettiva riguarda la raccolta e la divulgazione di testimonianze storiche locali.
Archivi familiari, fotografie, lettere, pubblicazioni e racconti possono conservare informazioni preziose sulla trasformazione dei territori.
LaVerdeVia potrebbe favorire iniziative di recupero e narrazione di questo patrimonio, contribuendo a rafforzare il legame tra generazioni.
11.5 Collegare ricerca, comunità e sviluppo territoriale
Il recupero della memoria non dovrebbe essere considerato un’attività separata dalle prospettive di sviluppo.
Musei, itinerari culturali, percorsi naturalistici e progetti educativi possono contribuire a rendere i territori più consapevoli delle proprie risorse.
Il valore principale non sarebbe soltanto turistico o economico.
Si tratterebbe soprattutto di rafforzare la capacità delle comunità di riconoscere, custodire e trasmettere il proprio patrimonio.
12. Possibile quadro operativo
Per trasformare le riflessioni dell’incontro in iniziative concrete, si potrebbe ipotizzare un percorso articolato in quattro fasi.
| Fase | Attività proposta | Risultato atteso |
| 1. Conoscenza | Ricognizione di archivi, collezioni e studi esistenti | Quadro documentato del patrimonio |
| 2. Coinvolgimento | Confronto con musei, scuole, università ed enti pubblici | Rete di soggetti interessati |
| 3. Divulgazione | Incontri, visite, laboratori e pubblicazioni | Maggiore conoscenza pubblica |
| 4. Valorizzazione | Progettazione di percorsi museali e culturali | Fruizione più ampia e continuativa |
Questa impostazione permetterebbe di collegare il lavoro scientifico e documentale alla partecipazione delle comunità.
La realizzazione delle iniziative richiederebbe naturalmente una verifica delle risorse disponibili, delle competenze istituzionali e della disponibilità dei soggetti coinvolti.
13. Le domande emerse dal confronto con il pubblico
Il dialogo con i partecipanti ha arricchito l’incontro, portando l’attenzione su alcune questioni particolarmente significative.
Che cosa penserebbero oggi De Romita e Piaggia?
La domanda ha permesso di confrontare il mondo ottocentesco con quello contemporaneo.
Secondo le riflessioni proposte dai relatori, De Romita rimarrebbe probabilmente colpito dall’impoverimento naturalistico e dalle trasformazioni del paesaggio pugliese.
Piaggia, invece, si confronterebbe con territori africani profondamente cambiati, in molti casi segnati da conflitti e condizioni di forte instabilità.
Entrambi potrebbero riconoscere la persistenza di problemi contro i quali, con strumenti differenti, avevano già cercato di agire: la distruzione degli ambienti naturali, la perdita delle conoscenze e l’incapacità di riconoscere pienamente il valore della diversità.
Esiste ancora lo spirito di ricerca che animava gli studiosi dell’Ottocento?
La discussione ha toccato il rapporto tra ricerca scientifica contemporanea e libertà intellettuale.
È emersa una valutazione critica di alcuni meccanismi accademici, percepiti come maggiormente orientati alla produzione di pubblicazioni e alla valutazione quantitativa dei risultati.
Il confronto ha richiamato l’importanza di conservare spazi per la ricerca originale, interdisciplinare e motivata da una curiosità autentica.
Come evitare che il patrimonio storico venga dimenticato?
Questa domanda ha attraversato l’intero incontro.
Le esperienze raccontate dai relatori mostrano che la memoria può essere facilmente dispersa quando viene meno una responsabilità condivisa.
La risposta non può consistere soltanto nella conservazione degli oggetti.
Occorre renderli accessibili, raccontarne il significato e inserirli in percorsi educativi capaci di coinvolgere le nuove generazioni.
Quale responsabilità hanno oggi i ricercatori e i divulgatori?
L’esperienza personale di Pellegatta ha evidenziato il ruolo della passione individuale nella tutela della memoria.
La ricerca storica richiede spesso anni di lavoro, spostamenti, consultazioni archivistiche e ricostruzioni complesse.
Tuttavia, il suo valore cresce quando i risultati vengono condivisi con un pubblico più ampio.
La divulgazione diventa così un servizio culturale, capace di restituire alla collettività conoscenze che rischierebbero di rimanere confinate in ambiti specialistici.
14. Le parole chiave dell’incontro
Curiosità
La disponibilità a esplorare ciò che non si conosce, senza accontentarsi di spiegazioni superficiali.
Empatia
La capacità di entrare in relazione con l’altro riconoscendone la dignità e la diversità.
Rispetto
Il riconoscimento del valore degli ecosistemi, dei paesaggi, delle culture e delle comunità.
Memoria
La conservazione e la trasmissione delle esperienze e delle conoscenze del passato.
Visione
Il coraggio di immaginare possibilità nuove, superando i limiti e i condizionamenti del presente.
Responsabilità
La volontà di trasformare la conoscenza in azioni concrete di tutela e valorizzazione.
15. Conclusioni: dalla memoria alla responsabilità
L’incontro ha mostrato come le vicende di Vincenzo De Romita e Carlo Piaggia possano essere interpretate non soltanto come testimonianze storiche, ma come riferimenti culturali per affrontare alcune delle principali sfide contemporanee.
De Romita ci consegna l’immagine di uno studioso profondamente legato alla propria terra, capace di riconoscerne il valore scientifico e di dedicare la vita alla sua conoscenza.
Piaggia ci lascia la testimonianza di un esploratore che, pur provenendo da un contesto di grande difficoltà, seppe attraversare confini geografici e culturali con una disponibilità all’incontro non comune per il suo tempo.
Entrambi ci ricordano che la conoscenza richiede impegno, curiosità, coraggio e disponibilità a mettersi in discussione.
Ma soprattutto mostrano che il sapere acquista il suo significato più profondo quando diventa una forma di relazione.
Con la natura, con le persone, con i territori e con le generazioni che verranno.
Il confronto ha anche evidenziato una contraddizione del nostro presente: disponiamo di strumenti tecnologici e scientifici straordinariamente avanzati, eppure continuiamo a perdere biodiversità, paesaggi, culture e memorie.
La possibilità di invertire questa tendenza dipende anche dalla capacità di riconoscere il valore di ciò che abbiamo ereditato.
Per LaVerdeVia, questo significa continuare a costruire occasioni di conoscenza e confronto, capaci di mettere in relazione ricerca, cultura, ambiente e comunità.
Significa promuovere una visione del territorio che non si esaurisca nel suo utilizzo economico, ma sappia riconoscerne la complessità storica, ecologica e umana.
Significa, infine, restituire centralità alla responsabilità individuale e collettiva.
La lezione di De Romita è imparare ad amare e custodire il territorio attraverso la conoscenza. La lezione di Piaggia è imparare a incontrare l’altro attraverso il rispetto e la comprensione.
Due insegnamenti che convergono in una medesima prospettiva: costruire comunità più consapevoli, aperte e capaci di prendersi cura del mondo che abitano.
Perché il futuro di un territorio non dipende soltanto dalle risorse che possiede, ma dalla capacità delle persone di riconoscerle, valorizzarle e trasmetterle.
E forse è proprio questo il significato più profondo dell’incontro: riscoprire nel passato non un mondo perduto da rimpiangere, ma una fonte di ispirazione per ciò che possiamo ancora diventare.

