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Tra alberi monumentali e ferule: il paesaggio racconta la memoria dell’uomo

Il fascino delle piante tra memoria, paesaggio e mito: una giornata dedicata agli alberi monumentali e alla cultura della natura

In occasione della Fascination of Plants Day, il 23 maggio si è svolto un incontro intenso e partecipato che ha trasformato il tema botanico in un viaggio culturale, storico ed emozionale attraverso il rapporto profondo tra uomo e natura.

L’evento, nato nell’ambito della giornata europea dedicata alla sensibilizzazione sul mondo vegetale, ha voluto andare oltre il semplice approccio scientifico, proponendo una riflessione sul valore simbolico, identitario e spirituale degli alberi e del paesaggio.

Fin dalle prime parole introduttive è stato chiarito il senso dell’incontro: non una conferenza tecnica, ma un racconto capace di restituire il legame ancestrale che l’essere umano intrattiene con le piante. Un rapporto che attraversa millenni di storia e che si ritrova in tutte le culture del mondo, nelle religioni, nei miti e nei paesaggi abitati.

“C’è una sensazione che permea un bosco”, è stato detto, “qualcosa che resta dentro ciascuno di noi”. Ogni persona conserva nella memoria almeno un albero legato a un momento importante della propria vita, a una persona o a un ricordo. Proprio da questa dimensione emotiva ha preso avvio il percorso della giornata.

Il paesaggio come incontro tra uomo e natura

L’intervento iniziale di Elisabetta Lupotto ha sviluppato il tema del paesaggio come risultato dell’interazione continua tra ambiente naturale e presenza umana. Attraverso immagini e racconti, il pubblico è stato accompagnato lungo un itinerario che partiva dalle Alpi piemontesi fino alla Puglia, mostrando come gli alberi siano veri custodi della memoria dei territori.

Particolarmente suggestivo il racconto del ponte romano-medievale sul fiume Sesia, antica via di collegamento tra comunità e pascoli, ma anche confine tra la Repubblica Cisalpina e la Francia all’inizio dell’Ottocento. Un semplice paesaggio fluviale diventava così testimonianza storica, economica e culturale.

Da qui la riflessione si è allargata al concetto stesso di paesaggio, definito non come semplice “bellezza naturale”, ma come territorio percepito dalle popolazioni e modellato nel tempo dall’azione congiunta di fattori naturali e umani.

Le immagini della campagna romana — con i pini domestici stagliati contro il cielo all’alba, durante il temporale e al tramonto — hanno mostrato quanto gli alberi siano elementi identitari capaci di definire l’anima di un luogo. Non semplici elementi vegetali, ma segni permanenti della convivenza tra uomo e ambiente.

Il racconto si è poi spostato su alcune delle specie arboree più emblematiche del Mediterraneo.

I cedri del Libano, introdotti in Italia tra Settecento e Ottocento per decorare ville e parchi nobiliari, sono stati descritti come alberi capaci di impressionare da sempre l’immaginario umano. Citati nella Bibbia come simboli di grandezza, bellezza e sapienza divina, oggi sopravvivono in Libano in un piccolo frammento di foresta chiamato “Foresta dei Cedri di Dio”, patrimonio UNESCO.

Molto suggestiva anche la descrizione dei pini loricati del Parco del Pollino, considerati relitti glaciali sopravvissuti alle grandi trasformazioni climatiche. Alberi antichissimi, adattatisi a condizioni ambientali estreme e oggi protetti all’interno del geoparco UNESCO.

Dal Sud si è poi tornati alle Alpi con il racconto dei larici della Valsesia, utilizzati per costruire le tradizionali baite walser interamente a incastro, senza chiodi. È stato spiegato come i larici cresciuti sui pendii assumano naturalmente una forma curva alla base, perfetta per sostenere le balconate delle case alpine.

La ferula: pianta del mito e della civiltà

La seconda parte dell’incontro ha avuto come protagonista la ferula, pianta mediterranea spesso trascurata ma ricchissima di significati.

Marcello Mastrorilli l’ha descritta dal punto di vista botanico, pastorale e culturale: la ferula è stata raccontata come pianta capace di accompagnare da secoli la vita delle popolazioni rurali.

Utilizzata per realizzare sgabelli, strutture per alveari, bastoni e manufatti artigianali, la ferula è anche legata alla medicina popolare e alla pastorizia.

Ma il momento più affascinante è stato il racconto mitologico: secondo la tradizione greca, Prometeo avrebbe rubato il fuoco agli dèi trasportandolo proprio all’interno di una canna di ferula, grazie alla capacità della pianta di conservare la brace senza bruciare.

Da Dioniso a Sant’Antonio Abate, fino ai riti tradizionali sardi, la ferula è apparsa come simbolo di passaggio, protezione e conoscenza.

Gli alberi monumentali: memoria vivente del territorio

Ampio spazio è stato dedicato da Rosabella Milano agli alberi monumentali, definiti non soltanto in base alla grandezza, ma anche al valore storico, paesaggistico, culturale e simbolico.

In inglese vengono chiamati heritage trees, “alberi dell’eredità”, proprio perché rappresentano la memoria collettiva delle comunità.

È stato spiegato come in Italia esista dal 2013 un Registro nazionale degli alberi monumentali, gestito oggi attraverso la collaborazione tra Ministero, Regioni e Comuni. Le amministrazioni locali dovrebbero monitorare il proprio territorio e segnalare gli esemplari ritenuti meritevoli di tutela.

Tuttavia, il sistema presenta ancora criticità. Molti alberi non vengono censiti perché la procedura dipende dall’iniziativa dei Comuni e, in alcuni casi, i proprietari privati si oppongono al vincolo monumentale per timore delle restrizioni future.

Durante il dibattito è emerso un tema particolarmente delicato: la tutela degli alberi secolari comporta inevitabilmente limiti sugli interventi. Anche operazioni apparentemente semplici, come la rimozione di una branca secca, richiedono autorizzazioni specifiche. Questo perché un albero monumentale viene considerato un bene di interesse pubblico.

È stato ricordato che gli interventi impropri sugli alberi urbani sono spesso devastanti: potature drastiche, tagli sbagliati e lavori eseguiti senza competenze adeguate compromettono la stabilità e la salute delle piante. Gli alberi, è stato sottolineato, non possono essere trattati come “pali della luce”.

Per questo motivo esistono specialisti che operano attraverso tecniche di tree climbing, arrampicandosi sulle chiome senza danneggiare la struttura vegetale e monitorando dall’alto l’evoluzione delle branche.

Molto interessante la spiegazione dei criteri tecnici utilizzati per il censimento.

La circonferenza del tronco viene misurata a 1,30 metri dal suolo — la cosiddetta “altezza d’uomo” in ambito forestale — ma esistono eccezioni per alberi inclinati o cresciuti su pendii e muretti.

Ogni specie possiede parametri differenti: per una roverella sono richiesti almeno 400 centimetri di circonferenza, mentre per altre querce ne bastano 350. Anche specie meno appariscenti, come l’edera, possono essere censite quando raggiungono dimensioni eccezionali.

Non conta soltanto il diametro del tronco: vengono valutate anche altezza, ampiezza della chioma, rarità botanica, forma particolare e valore storico o paesaggistico.

Grande curiosità ha suscitato il tema dell’età degli alberi. È stato spiegato che determinarla con precisione è estremamente difficile. In alcuni casi esistono documentazioni storiche legate a eventi precisi — ad esempio alberi piantati alla nascita di un figlio — ma nella maggior parte dei casi si può solo stimare un intervallo temporale.

Tra le tecniche utilizzate vi è il carotaggio, metodo invasivo che permette di estrarre una sottile sezione di legno per leggere gli anelli di accrescimento.

Uno dei momenti più partecipati del dibattito ha riguardato il rapporto tra società contemporanea e conoscenza del patrimonio naturale.

Più interventi hanno denunciato la scarsa capacità delle nuove generazioni di riconoscere le specie arboree, anche in territori ricchi di boschi e foreste.

È stato ricordato come, in molti parchi pubblici italiani, gli alberi siano privi di indicazioni botaniche, impedendo ai cittadini di sviluppare familiarità con il paesaggio vegetale.

“Come si può amare ciò che non si conosce?” è stata una delle riflessioni più significative emerse durante la discussione.

L’educazione ambientale è stata indicata come una priorità culturale, soprattutto in un’epoca in cui i giovani sembrano sempre più distanti dall’osservazione diretta della natura.

Particolarmente approfondita anche la riflessione sul patrimonio forestale pugliese.

È stato ricordato che la Puglia possiede una delle percentuali più basse di superficie boscata d’Italia, appena il 10%, contro una media nazionale superiore al 30%.

Molti degli imboschimenti realizzati negli anni Ottanta e Novanta sono stati effettuati con specie come i pini, scelti per la loro facilità di attecchimento. Tuttavia oggi si riconosce la necessità di avviare processi di rinaturalizzazione, favorendo il ritorno di specie autoctone mediterranee come roverelle e querce.

Il bosco è stato presentato come un sistema complesso che produce non soltanto legname, ma servizi ecosistemici fondamentali: protezione idrogeologica, biodiversità, regolazione climatica e qualità ambientale.

Sono stati citati esempi virtuosi come quello di Biccari, nel Subappennino Dauno, dove la valorizzazione del bosco attraverso turismo ambientale, educazione e attività ricreative ha contribuito a contrastare lo spopolamento.

Poesia, musica e visita agli alberi

A arricchire di emozioni  la giornata è stato un momento poetico e musicale dedicato alla natura e a San Francesco, figura simbolo dell’armonia tra uomo e creato.

La lettura della poesia sugli alberi e l’esecuzione di Fratello Sole e Sorella Luna hanno creato un’atmosfera intensa e partecipata, prima della visita finale agli alberi del luogo accompagnata da racconti botanici e storici.

L’intero incontro ha lasciato emergere con forza un messaggio preciso: gli alberi non sono semplici elementi ornamentali del paesaggio, ma organismi viventi che custodiscono memoria, cultura, biodiversità e futuro.

Conoscerli significa imparare a leggere il territorio, comprendere la storia delle comunità e recuperare un rapporto più autentico con la natura.
Tra alberi monumentali e ferule: il paesaggio racconta la memoria dell’uomo

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