La memoria della Resistenza in Italia è stata a lungo raccontata solo dal punto di vista del Nord, dimenticando il ruolo del Mezzogiorno. Nell’ incontro, storici e amministratori hanno ricordato come la Puglia, dopo l’8 settembre 1943, sia stata rifugio per profughi e terreno di una “resistenza senza armi”. Molti meridionali parteciparono attivamente alla lotta partigiana, dagli scioperi operai ai GAP nelle città.
Particolarmente toccante la storia di Vito Antonio La Fratta, operaio di Spinazzola emigrato a Milano: padre della piccola Matilde, scelse la clandestinità nei GAP, fu arrestato e ucciso dai fascisti, mentre la moglie venne deportata. Matilde, bambina, restò sola in una città in guerra. Una vicenda che mostra come la Resistenza abbia attraversato le vite delle famiglie, non solo dei combattenti.
Dal passato il discorso si è spostato all’oggi: il caporalato nelle campagne pugliesi è stato descritto come una nuova forma di sfruttamento che richiama i valori della Resistenza, perché riguarda dignità, diritti e libertà. La rete “Recovery Sud” ha dimostrato come i comuni meridionali possano unirsi per chiedere più equità, trasformando il Sud da “trainato” a possibile “traino” del Paese.
Resistere oggi, è stato detto, significa combattere disuguaglianze e mafie, ma anche proporre dal Sud un modello di futuro fondato su giustizia sociale e coesione. Un messaggio che vale per tutti, non solo per chi vive al Sud.
Qui di seguito una breve sintesi dell’incontro che si è svolto pubblicamente e che ha riunito storici, studiosi e amministratori per discutere di Resistenza, memoria collettiva e nuove forme di “resistenza” contemporanea. A moderare il confronto è stata Anna Gervasio (direttrice dell’IPSAIC) che ha guidato gli interventi di Massimiliano Desiante (ricercatore dell’IPSAIC e scrittore), Leonardo Palmisano docente e sociologo e Davide Carlucci giornalista e scrittore.
La Resistenza senza armi e il ruolo del Sud
Anna apre il dialogo ricordando come la storiografia abbia spesso trascurato il contributo meridionale alla Resistenza.
«Dopo l’8 settembre 1943 la Puglia divenne rifugio dell’Italia libera. Campi profughi accolsero ebrei in transito verso la Palestina, popolazioni dalla Jugoslavia, dalla Grecia, dall’Albania. Non fu una Resistenza armata come al Nord, ma di accoglienza, memoria, resistenza civile. È importante recuperare queste storie e capire come gli ideali resistenziali si riflettano anche oggi, nelle sfide sociali e civili».
“I meridionali nella Resistenza”
Lo storico Massimiliano ricostruisce il contributo dei militari e dei civili del Sud.
«La storiografia per decenni ha raccontato una Resistenza solo settentrionale, escludendo il Mezzogiorno. Eppure moltissimi giovani meridionali si rifugiarono in montagna, parteciparono agli scioperi, fecero le staffette, entrarono nei GAP. Anche gli internati militari italiani, in grande parte meridionali, fecero una scelta politica enorme: rifiutare di continuare la guerra nazifascista. Quel “no” rappresentò una delle più gravi sconfitte del fascismo».
Massimiliano sottolinea come la scelta di non aderire alla Repubblica di Salò avesse un altissimo valore politico e militare, e ricorda episodi di sabotaggio dentro i campi di prigionia.
La storia di Matilde: la Resistenza in famiglia
Anna richiama poi un caso emblematico, raccontato da Massimiliano: la vicenda della famiglia La Fratta di Spinazzola.
Il capofamiglia, Vito Antonio La Fratta, operaio emigrato a Milano, scelse la lotta clandestina nei GAP di Sesto San Giovanni. Padre affettuoso della piccola Matilde, sacrificò la vita per colpire il cuore del fascismo milanese. Arrestato nel 1944, morì sotto tortura a San Vittore.
La moglie fu deportata a Bolzano. Matilde, appena undicenne, rimase sola per mesi in una città devastata dalla guerra.
«È una storia drammatica – spiega Massimiliano – che mostra quanto la Resistenza coinvolse famiglie, donne, bambini. Ho voluto raccontarla come public history, in forma accessibile, anche a teatro, perché i ragazzi comprendano i valori della Resistenza attraverso storie concrete».
Dall’agricoltura alla piaga del caporalato
La discussione si sposta poi all’attualità. Anna introduce il tema del caporalato nelle campagne pugliesi, definendolo «una piaga poco raccontata, ma che tocca le radici della società meridionale».
Leonardo ripercorre il quadro normativo e sociale:
«Il caporalato non è un residuo del latifondo, ma un sistema attuale. La legge 199 del 2016, nata dopo la morte di Paola Clemente, ha introdotto strumenti importanti, ma ancora poco utilizzati. Intanto il prezzo del pomodoro o delle ciliegie viene deciso dalle multinazionali molto prima del raccolto, riducendo il costo del lavoro dei braccianti a una percentuale irrisoria. In queste condizioni, organizzarsi sindacalmente diventa quasi impossibile».
Leonardo racconta poi l’esperienza dei migranti, dalle rivolte nei campi di Nardò fino alle baraccopoli di Borgo Mezzanone, dove lo sfruttamento si intreccia con dinamiche criminali e di marginalità sociale.
Recovery Sud e nuove forme di resistenza civile
Il sindaco Davide Carlucci interviene ricordando l’esperienza del Recovery Sud, rete di comuni meridionali nata nel 2021 per incidere sulla distribuzione dei fondi PNRR.
«Era la prima volta che i sindaci del Sud si univano per chiedere risorse adeguate a colmare i divari storici. Abbiamo elaborato un libro bianco dal basso, ma il governo non ci ha ascoltati. Eppure il Sud deve smettere di sentirsi trainato e diventare traino. È qui che si concentrano le diseguaglianze più gravi: se non si parte dal Sud, non si costruisce vera uguaglianza».
Per Carlucci, la “resistenza” di oggi significa anche riutilizzo sociale dei beni confiscati, agricoltura solidale, politiche di accoglienza che rigenerano i piccoli comuni.
Identità e narrazioni del Sud
Nel dialogo finale emerge un filo rosso: il bisogno di una nuova narrazione del Mezzogiorno.
Massimiliano osserva:
«Per generazioni ci siamo raccontati attraverso lo sguardo degli altri: un Sud passivo, arretrato, conservatore. Ma la realtà è diversa: lotte contadine, partecipazione operaia, contributo decisivo alla Resistenza. È tempo di restituire dignità a questa storia».
Leonardo aggiunge:
«Il Sud non è un Eden solidale per natura, ma ha radici culturali profonde, mediterranee, che possono offrire al Paese un modello diverso. Resistere oggi significa non solo contrastare il caporalato o le mafie, ma proporre un pensiero meridiano, capace di parlare all’Italia e all’Europa».
Conclusione
Il confronto si chiude con una domanda rivolta al pubblico: che cosa significa resistere oggi?
Le risposte restano aperte, ma la direzione è chiara: dalle memorie familiari ai campi di lavoro, dalle città del Nord alle campagne pugliesi, la Resistenza non è solo un capitolo del passato. È un’eredità che continua a interrogare il presente e a chiedere nuove forme di impegno civile.
Si ringrazia la Liberia Feltrinelli di Altamura per la sua partecipazione .





























Previous Post
Next Post
Come sempre gli assenti hanno torto, ma comunque potranno beneficiare della sintesi della serata riportata da Vincenzo Coppa. Resistere è la postura che deve assumere la Umanità in questo periodo. Seminare idee di libertà (per tutti e in tutte le direzioni) è il dovere di ciascuno.